Pàthei màthos, o sulla sofferenza come conoscenza

«io sono convinto che l’uomo non rinuncerà mai alla vera, autentica sofferenza… Giacché la sofferenza è la vera origine della coscienza…  In realtà io continuo a pormi una domanda oziosa: che cos’è meglio, una felicità da quattro soldi o delle sublimi sofferenze? Dite su, che cos’è meglio?»

 F. Dostoevskij, Ricordi del sottosuolo

Il Ratto di Proserpina, Bernini, 1622
«Scendere agli Inferi è facile: la porta di Dite è aperta notte e giorno; ma risalire i gradini e tornare a vedere il cielo, qui l’opera, qui la vera fatica» Virgilio, “Eneide”

Páthei Máthos, la famosa citazione espressa in maniera memorabile nell’Agamennone di Eschilo, quando il coro intona il famoso Inno a Zeus:

Zeus, chiunque egli sia, se è questo il nome
Con cui gli è caro essere invocato,
così a lui mi rivolgo: nulla trovo cui compararlo,
pur tutto attentamente vagliando,
tranne Zeus, se veramente si deve gettar via
il vano peso dal proprio pensiero.
Ma chi a Zeus con gioia leva il grido epinicio
Coglierà pienamente la saggezza-
A Zeus che ha avviato i mortali
A essere saggi, che ha posto come valida legge
“saggezza attraverso la sofferenza”.
anche nel sonno stilla davanti al cuore
un’angoscia memore di dolori:
anche a chi non vuole arriva saggezza;

Eschilo affronta i temi del male, del dolore e della paura che colpiscono gli uomini nei loro rapporti intimi con il divino e la società. Secondo una prima concezione  il male e la sofferenza erano determinati solo dall’invidia degli dèi, l’Hybris, ma più avanti acquistarono un nuovo valore diventando uno strumento  per educare gli uomini alla giustizia, in quanto solo attraverso il dolore essi possono conoscere nel profondo se stessi: ritroviamo tale legge in tutte le espressioni letterarie collegabili al culto dell’Oracolo di Delphi

«Apollo rivela e apre i suoi pensieri, ma li rivela mescolandosi con un corpo mortale e un’anima umana, che non riesce a mantenere la calma e a manifestare ogni cosa in modo impassibile senza mutamento. Essa piuttosto ondeggia come una nave nel mare tempestoso ed è trascinata dal suo intimo sconvolto.»

Plutarco, ‘Opuscoli’, tomo III

Il dolore ha un importante ruolo educativo perché il senso del tragico si può trovare solo quando si ha a che fare con veri valori e vere passioni dell’animo umano: col pensiero debole e il relativismo non può esserci tragedia; inoltre affinché possa manifestarsi un avvenimento tragico è necessario che il protagonista sia dotato di un carattere ben determinato e consapevole  e quindi ricco di valori e passioni radicate e per ciò capaci di muovere dal profondo parole ed azioni in quanto «senza azioni non vi può essere tragedia» ricorda Aristotele nella Poetica.

Bisogna aggiungere che la tragedia è anche «imitazione di persone migliori di noi» (Aristotele) il che presuppone quindi una forte consapevolezza perché l’identità – restando sempre fedele a se stessa- deve necessariamente subire traumi per esplorare tutte le possibilità di crescita aperte dalla sofferenza: solo alla fine dello scontro, quando  si è scoperto ciò che è nobile e ciò che è volgare, ciò che è importante e ciò che non vale niente, è possibile fare un paragone tra quello che si era e quello che si è diventati: l’eroe tragico infatti è colui che – anche se nella collisione tragica non può evitare di sbagliare – grazie al suo destino conosce se stesso.

«il destino è quell’istante in cui l’uomo sa per sempre chi è»

L. Borges.

La tragedia è quindi una catarsi che conduce l’uomo – come sottolinea sempre Aristotele nella Poetica – «dalla non conoscenza alla conoscenza».

La trilogia dell’Orestea (Agamennone, Le Coefore, Le Eumenidi) – dalla quale abbiamo tratto la frase analizzata – fu rappresentata ad Atene nel 458 a.C., non a caso proprio durante le Grandi Dionisie, festività religiose in onore del Dio Dioniso, il Dio capace di trasformare in Arte il mistero del dolore universale; infatti bisogna precisare che esso non incarna solo l’ebbrezza, ma anche la violenza e la morte, aspetti che nella tragedia – in quanto arte apollinea – vengono nascosti sotto una forma rassicurante, altrimenti, se così non fosse l’orrore tragico dell’esistenza risulterebbe insopportabile.

Questo sincretismo è possibile perché i greci non usavano una logica separativa, non separavano quindi l’amore dall’odio, il piacere dalla giustizia, la gioia dalla tragedia, la morte dalla vita; ad esempio troviamo raffigurata presso il tempio di Smirne la stessa Nemesi – la punizione/vendetta intesa come risposta ad un’offesa intollerabile in grado di provocare una reazione smisurata tale da superare quella delle Furie- circondata dalle Grazie: Thalia, la Fiorente; Aglaia, la Splendente; Kalle, la Bella; Euphrosyne, la Gioiosa.

Come ci ricorda lo stesso Nietzsche, ne La Nascita della Tragedia, il dolore è la cosa più importante della vita per l’uomo e per il popolo Greco, la sofferenza fu fondamentale non solo per lo sviluppo della conoscenza ma anche per la nascita della vera bellezza: «quanto dovette soffrire questo popolo, per poter diventare così bello!»

L’esperienza tragica è quindi l’esperienza dell’interiorizzazione della conoscenza, l’autentico processo di maturazione psicologica e caratteriale. C’è chi sceglie volontariamente di andare all’inferno e c’è chi ci viene spinto suo malgrado:

«Non a te sola, figlia mia, è apparso il dolore» dice il coro ad Elettra nell’omonima tragedia di Sofocle per consolarla.

In ogni caso nessuno può fuggire al confronto con il dolore – come l’innocente Proserpina non riesce a fuggire da Plutone Dio degli inferi – ci si può provare, ma prima o poi lo incontra anche chi non vuole.

Le nostre possibilità si riducono quindi a due: cercare di mantenere la distanza dal dolore o accettare il coinvolgimento in esso. Come ci insegna la saggezza greca, bisogna avere coraggio, guardarlo e accettarlo: cosa il fuoco forgerà dopo è il grande mistero a cui tutti andiamo incontro.

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4 thoughts on “Pàthei màthos, o sulla sofferenza come conoscenza

    1. Grazie del tuo commento! Hai ragione, concordo nel dire che il modo migliore è come sempre la via di mezzo: affrontare il dolore senza però crogiolarvisi dentro 😉

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