Leggende dal vulcano

« … l’Etna nevoso, colonna del cielo / d’acuto gelo perenne nutrice / lo comprime. / Sgorgano da segrete caverne / fonti purissime d’orrido fuoco, / fiumi nel giorno riversano / corrente di livido fumo / e nella notte rotola / con bagliori di sangue / rocce portando alla discesa / profonda del mare, con fragore. »

Pindaro, Pitica I 470 a. C

L’Etna (Mongibello o Monte Gibel dal latino mons “monte” e dall’arabo Jebel (جبل) “monte” proprio per indicarne la sua maestosità ) è un complesso vulcanico siciliano originatosi nel Quaternario e rappresenta il vulcano attivo più alto ed esteso d’Europa (3343 m s.l.m. variabili a seconda delle eruzioni).

Con le sue eruzioni ha modificato incessantemente il paesaggio, minacciando spesso le diverse comunità umane che nei millenni si sono insediate intorno ad esso. La sua superficie è caratterizzata da una ricca varietà di ambienti che alterna paesaggi urbani, folti boschi che ospitano varie specie botaniche endemiche ad aree desolate ricoperte da roccia vulcanica e periodicamente soggette ad innevamento alle maggiori quote.

Il 21 giugno 2013 la XXXVII Sessione del Comitato UNESCO, riunitasi a Phnom Penh, ha insignito il Monte Etna del titolo di Patrimonio dell’Umanità, e proprio per festeggiare questa evenienza ho raccolto storie, miti e leggende sul bellissimo e misterioso vulcano.

 

Encelado

Un bel giorno Encelado, fratello maggiore dei giganti, decise di compiere la scalata al cielo per togliere il potere a Giove e comandare in sua vece. Encelado aveva manacce grandi come piazze, barba incolta, sopraccigli folti e grossi come cespugli, una bocca interminabile che pareva una fornace. Quando si arrabbiava, buttava fuori scintille di fuoco, le quali gli bruciacchiavano la barba e i capelli, che però ricrescevano dopo un momento più folti di prima. I giganti minori lo temevano e non contrastavano il suo volere per paura di vedersi colpire da quelle fiammate così potenti. Anche quella volta tutti i giganti ubbidirono e si misero subito al lavoro. Per aiutarlo a salire al cielo posero uno sull’altro i cucuzzoli dei monti più alti. Presero il monte Bianco, le montagne asiatiche, il Pindo della Grecia, ma la meta era ancora tanto lontana. – Prendete i monti africani – gridava infuriato Encelado – e arriveremo al cielo! Li presero tutti; erano quasi arrivati al trono di Giove quando questi, irato per tanta arroganza, scagliò con la sua possente mano un fulmine che infiammò il cielo e raggiunse i giganti accecandoli e rovesciandoli a terra violentemente. Encelado e i suoi fratelli, contorcendosi dal dolore, urlavano in modo disumano; ma il dio dell’Olimpo, non ancora sazio di vendetta, con un altro fulmine colpì il cumulo delle montagne che rotolarono di qua e di là schiacciando i corpi dei ribelli. Encelado, ridotto a pezzi, restò sepolto sotto l’Etna. Era ancora vivo, ma non poteva muoversi, né riusciva a scuotere la montagna che gli stava sopra: aveva di colpo perduto la sua forza e sentì ardere nel petto la sua furia repressa. Cominciò a buttare fuori dalla bocca fiamme, faville, fumo e brace, che salirono fino al cucuzzolo dell’Etna, da cui uscirono emettendo un rombo violentissimo. La lava fusa dal respiro di Encelado cominciò a scendere lungo i pendii dei monti distruggendo ogni cosa, praterie, case, fienili e costringendo la gente a fuggire, gridando spaventata: – L’Etna fuma! Poi Encelado improvvisamente si calmò. Ma la rabbia del gigante, rimasto immobile sotto la montagna, non si è ancora placata e di tanto in tanto esplode emettendo colate di fuoco.

Aci e Galatea

Aci era un pastorello che viveva alle pendici dell’Etna. Galatea, che aveva respinto le proposte amorose di Polifemo, lo amava. Polifemo, offeso per il rifiuto della ragazza, uccise il suo rivale nella speranza di conquistare la sua amata. Ma Galatea continuò ad amare Aci. Così Nereide, grazie all’aiuto degli dei, trasformò il corpo morto di Aci in sorgenti d’acqua dolce che scivolano lungo i pendii dell’Etna. Non lontano dalla costa, vicino l’attuale Capo Molini, esiste una piccola sorgente chiamata dagli abitanti del luogo “il sangue di Aci” per il suo colore rossastro. Sempre nei pressi di Capo Molini esisteva un modesto villaggio chiamato, in memoria del pastorello, Aci.

Francesco Carafa

La leggenda dice che questo vescovo, capo della diocesi dal 1687 al 1692, mediante le sue preghiere, era riuscito per ben due volte a tenere lontano dalla sua città il terremoto. Ma nel 1692 egli morì e l’anno dopo Catania fu distrutta. L’iscrizione posta sul suo sepolcro ricorda proprio tale evento ed il ruolo incisivo delle sue preghiere.

 

La regina Elisabetta Tudor e l’ammiraglio Nelson

La leggenda della pantofola della regina Elisabetta d’Inghilterra secondo una leggenda anglosassone  nota tra i pastori brontesi, narra di quando Elisabetta per sbarazzarsi delle difficoltà che le impedivano di salire al trono, invocò il diavolo il quale le si presentò in persona e concluse con lei il contratto che l’avrebbe fatta regnare 44 anni.
Essendo vicina a morte, Satana, con un corteo di diavoli era al suo capezzale. Appena spirata, il diavolo se la portò via.
Sorvolò il mare tempestoso, attraversò Francia e Italia tra bufere, infernali. Stanco dal viaggio e dal peso, per riposarsi della fatica del lungo volo, depose la regale preda in cima alla Rocca Calanna, tra Bronte e Maletto, dirimpetto all’Etna.
Ripreso il volo, cadde dal piede della regina una pantofola tempestata di gemme, della quale, si dice, rimase impressa l’orma sulla rocca.
Un pastore che lì presso pascolava il suo gregge, vide quello stormo diabolico e una donna che portava corona, fra le branche di Satanasso, scomparire tra vortici di fiamme e di fumo nel cratere dell’Etna. Impaurito si segnò e cadde tramortito a terra.
Riavutosi dallo spavento scorse qualche cosa luccicare sopra la rocca. Era la pantofola della regina; la volle raccattare, ma gli scottarono le mani.
Tornato al paese, più morto che vivo, racconto la cosa ad un abbate che s’intendeva di stregonerie.
L’abbate stregone dunque, con la stola, l’aspersorio e un vecchio libro del 500 si recò sul luogo e cominciò i suoi esorcismi; ma la pantofola non si moveva e sfavillava.
Mandò a chiamare a Bronte Suor Colomba, monachella invasata dal demonio, che parlava tutte le lingue.
La monachella lesse il nome della regina rabescato in oro sulla pantofola. Ai novelli spergiuri dell’abbate, la pantofola fu vista lentamente sollevarsi in aria e, gettando sempre fiamme, andare a posarsi sulla torre vicina dell’Abbazia di Maniace, che aveva fatto fabbricare un’altra regina.

Quando l’Ammiraglio Nelson a Palermo, fra feste ed orgie, fu creato duca di Bronte, una dama riccamente vestita gli presentò un cofanetto dorato. Apertolo, l’Ammiraglio rimase abbagliato alla vista della regale pantofola, tutta lucente di gemme.

Domandò alla donna, ma era scomparsa. L’Ammiraglio porto seco la pantofola come talismano, in tutte le battaglie.
Prima della battaglia di Trafalgar, gli apparve in un sogno la donna del cofanetto dorato, regalmente vestita, che gli chiese conto della pantofola. Ma la pantofola, prima di partire, egli l’aveva donata alla donna dagli occhi fatali: Emma Liona.
«Sciagurato, gli disse la donna, tu morrai in questa battaglia »; e scomparve. L’ammiraglio vinse la battaglia, ma vi perdette la vita.

Etna, spettacolare eruzione notturna con la lava
Etna, spettacolare eruzione notturna con la lava

 

 

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